IL CONTE MALDRACINI (2° PARTE)

 

Melchiorre sapeva bene quale destino era riservato ad una donna vittima del Conte Maldracini.

Già immaginava la sua amata Giulia che gridava e disperatamente cercava di liberarsi dall’orrido essere che abusava di lei per poi, infine, affogarla nel mosto ed una volta uccisa farne a pezzi il cadavere per spargerlo come concime nei vigneti.

Il solo pensarci gli provocava i peggiori stati d’animo possibili: paura, odio, rabbia, oltre che un senso d’impotenza ed incapacità per non aver potuto far nulla per impedire il rapimento di Giulia.

Il giovane guerriero partì alla volta di Vicobarone, verso il castello del Conte, oggi ristrutturato ed adibito ad agriturismo con piscina.

Durante tragitto pensò alla morte dell’amato padre e a tutti gli insegnamenti ricevuti e gli studi fatti per contrastare la minaccia del Maldracini.

Nel frattempo a Vicobarone, nel castello del Conte, Giulia, svenuta al momento del rapimento, riprese i sensi. Era legata ad una sedia situata a capotavola di un enorme tavolo d’ebano. L’illuminazione era scarsa, c’erano solo dei candelabri sul tavolo e altri sparsi per il castello.

Maldracini era seduto dall’altra parte del tavolo, in maniera speculare. La tavola era pressoché vuota, c’era solo qualche bottiglia di vino rosso. Quando Giulia riprese i sensi il Conte sorridendo disse: “Ben svegliata. Gradisce un po’ di vino?”.

Giulia non rispondeva poiché non si era ripresa del tutto. Capì solo che l’uomo che le stava di fronte era il famigerato mostro che terrorizzava da secoli tutta la valle.

Era la prima volta che lo vedeva ed in effetti rimase molto sorpresa nel constatare che nonostante il Conte avesse almeno 500 anni, l’aspetto di questi era quello di un uomo sulla quarantina molto affascinante, alto circa due metri.

“Mi perdoni se non ho altro da offrirle, ma saprà anche lei che non sono molti gli ospiti che vengono qui e che io vivo solo di vino” disse Maldracini con un tono un po’ spiritoso.

Giulia si guardò intorno per un attimo, quasi a voler cercare una via di fuga nonostante fosse legata alla sedia. Poi squadrò il Conte e disse: “Mio marito presto sarà qui e lei presto perderà quel sorrisetto ironico!”

“Tipica frase da personaggio secondario e completamente priva di pathos” disse sospirando il Conte. Giulia si limitava solo a lanciare sguardi minacciosi verso il suo rapitore.

Aveva tanta paura, sapeva bene che cosa voleva farle Maldracini. Il Conte mentre sorseggiava un calice di gutturnio vivace disse: “Oh, non abbia timore, dovrebbe essere orgogliosa di concedersi anima e corpo a me. Spesso è successo che alcune donne dopo essere state possedute da me volessero ripetere l’esperienza, e se erano particolarmente sensuali, proprio come lei, allora le ho anche accontentate”.

Giulia era sempre più disgustata e terrorizzata, quando una civetta lanciò il suo urlo, che secondo la tradizione è un annuncio di morte per chi la sente.

Maldracini capì che Melchiorre era arrivato. Prese Giulia e la portò nelle cantine dove produceva il suo vino. Giulia gridava e si dibatteva ma non poteva fare nulla contro quella montagna umana che era il Conte.

Melchiorre sentì le grida e si lanciò alla ricerca dell’amata. Giulia continuava a gridare mentre il Conte le strappava i vestiti e la legava su un asse di legno posta sopra due grosse botti. Quando Melchiorre arrivò in cantina trovò solo Giulia.

Lei stava bene. Il ragazzo accorse per liberarla ma mentre si accingeva a farlo da dietro un’enorme mano lo afferrò per la collottola e lo scagliò via con violenza inaudita ad una decina di metri di distanza.

Melchiorre sbatté contro una grossa vasca utilizzata per la fermentazione del vino. Era stordito e non fece in tempo a rialzarsi che già Maldracini lo aveva afferrato nuovamente per il collo e lo sollevò da terra.

Il giovane stava soffocando a causa di quella presa potente come una morsa e quando stava ormai per perdere i sensi Maldracini lo lasciò e disse: “Non ti ucciderò subito, prima voglio umiliarti. Voglio che tu veda cosa faccio a tua moglie”.

Giulia iniziò a strillare mentre il Conte allungò le mani su di lei. Melchiorre era steso a terra agonizzante. “Stai tranquilla, vedrai che ti piacerà” disse Maldracini sorridendo.

Poi il Conte si tirò giù i pantaloni: “Guarda ragazzo come si fa a rendere felice una donna!” gridò il Conte che nel dirlo si girò verso Melchiorre, ma invece di trovare il suo avversario steso non trovò nessuno.

Il Conte cambiò subito espressione: “Dove sei?! Fatti vedere!”. Il ragazzo sorprese il mostro alle spalle e gli spaccò in testa una bottiglia di vino per stenderlo.

Maldracini aveva però una grande forza fisica per cui rimase solo leggermente stordito. Ma tanto bastò a Melchiorre per far cadere Maldracini con un calcio e buttarsi sopra di lui.

Con una mano tappò il naso del Conte e con l’altra prese un bottiglietta d’acqua che aveva con sé e gliela fece bere tutta.

Maldracini ebbe delle convulsioni dolorosissime. Il Conte tuttavia dimostrò una forza eccezionale riuscendo ad afferrare per il collo Melchiorre e scaraventarlo contro una finestra della cantina.

Il vetro si ruppe e Melchiorre volò fuori nel grande giardino del castello. Rotolò diversi metri fino a che non si fermò andando a sbattere contro un vecchio pozzo.

Maldracini uscì barcollando dalla cantina. Schiumava di rabbia e desiderava porre fine alla vita di quel giovane che aveva osato sfidarlo. Melchiorre era ancora stordito dal lungo volo. Sentiva il Conte ansimante avvicinarsi.

Maldracini afferrò per i capelli il ragazzo e disse: “Ti piace l’acqua? In fondo al pozzo c’è tutta l’acqua che vuoi, topo di fogna!”

Mentre Maldracini sollevava per i capelli Melchiorre, il ragazzo dolorante estrasse da una tasca un paletto appuntito di rovere e prima che il Conte potesse scaraventarlo in fondo al pozzo gli conficcò il paletto nel petto.

Il mostro mollò subito la presa, gli mancò il fiato e vomitò sangue. Portò le mani al paletto e con le sue ultime forze riuscì ad estrarlo dal petto, dopodiché precipitò esanime nel profondo pozzo.

Melchiorre appoggiato al bordo del pozzo vide la grande sagoma cadere nell’oscurità di quel grosso buco cilindrico e udì il tonfo nell’acqua. Barcollando tornò in cantina e liberò la sua Giulia. I due si abbracciarono e si baciarono.

Ormai era tutto finito. Il giorno seguente, appena  si diffuse la notizia della morte del Maldracini, una folla inferocita accorsa da Vicobarone, Ziano Piacentino e da altri borghi della Val Tidone, diede fuoco al castello del Conte ed alle sue cantine.

I vigneti vennero risparmiati, del resto l’economia della zona girava grazie al vino. La gente era curiosa di vedere il cadavere del mostro, ma quando calarono un paio di uomini a recuperare il corpo non trovarono nulla.

L’unica cosa ritrovata fu una borraccia di metallo vuota, che doveva aver contenuto del vino rosso a giudicare dalle analisi fatte fare dagli esperti.

Black Erki

leggi la prima parte clicca qui

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